TORINO, CULLA DIMENTICATA DELLA MODA

TORINO, CULLA DIMENTICATA DELLA MODA

Torino, culla del Risorgimento, non può essere disgiunta da quegli elementi, come la moda, che hanno concorso a formare il clima di romanticismo nel quale fu preparato e maturò il grande avvenimento dell’Unità d’Italia.
Nel 1861 Torino era una città di pionieri e il suo capo si chiamava Vittorio Emanuele II, un uomo di quarant’anni fortemente piemontese, accorto deciso, sagace e solido, con affianco un diplomatico di cinquant’anni, Cavour, la cui condizione di governante era tanto equilibrata quanto severa, in tal maniera giusta, che dietro di lui andò formandosi una scia di banchieri e di industriali che non furono dissimili, per serietà di intenti, agli artisti ed artigiani.
Si respirava già aria d’Europa, e se pur relativamente piccola Torino (old provincial town: distesa lungo un fiume luccicante d’acque di primavera – secondo un giudizio del Times) era allora già considerata città pilota, per quel clima sociale che ricordava le piccole capitali più avanzate e civili come Stoccolma e Oslo.
La moda francese, necessitando alla fine del Settecento, di uno sfogo oltre confine, trovò facile impiego in questa città, che dava tutte le garanzie per un rapido sviluppo. Soprattutto, della Francia, Torino possedeva in sommo grado la particolare fisionomia muliebre, fatta di quell’istintiva eleganza inconfondibile in Italia e in Europa. La scintilla della moda fu lasciata cadere esattamente dove l’incendio poteva meglio divampare: predilezioni per le vesti, gusto per l’eleganza, aristocrazia di corte, ricevimenti e balli, teatri e campi di corse, perfino pattinaggio a rotelle e su ghiaccio, la prima passione sportiva per la bicicletta e l’avvento dell’automobile. Qui la moda progrediva, trovando le ragioni di una formazione non soltanto materiale ma anche morale, a tal punto che a Torino fu imposto l’appellativo di “città della moda” che purtroppo ha ormai oggi perso e di cui tutti si sono dimenticati…
Nacque così uno stile – quello che sarà poi catalogato con l’etichetta “secondo impero” – e in tutti gli avvenimenti del tempo (tali e tanti avvenimenti da far tremare, ad incominciare dall’apertura del primo Parlamento italiano) i riflessi dell’eleganza maschile e femminile. E la moda maschile, pur nella sua contenutezza e sobrietà, ha avuto proprio a Torino il suo maggiore sviluppo.
D’altronde, questi riferimenti trovano la loro giustificazione non soltanto nel ricordo di una Torino, capitale di un Regno, ma della stessa in quale capitale del cinema e poi ancora capitale dell’industria e via via in altri primati, il che comporta per riflesso e sempre in fatto di moda, quell’evoluzione che l’ha portata man mano, alla sua particolare distinzione.
Il nuovo volto attuale di Torino, un volto grigio e nero un po’ pallido e rassegnato, può trarre in inganno l’osservatore superficiale, fargli credere che la città ha perso quel romantico profumo che l’ha resa inconfondibile per oltre un secolo. A mio parere, invece, Torino ha due volti: scoperto il primo, ed immediatamente identificabile; segreto il secondo, a cui bisogna andare incontro e stimolarlo. Perché è possibile conservare il passato senza generare stonature paradossali con il presente, mantenere ricordi, colori ed armonie seppur in contrasto col volto nuovo. È proprio dei grandi andare avanti, sempre e comunque, sostenere il progresso, senza dover per forza distruggere tutto il passato. È prerogativa dei grandi volersi distinguere anche quando tutto sembra dire: omologati. Rassegnati alla massa.
No.
Vorrei davvero che la mia città potesse essere riscoperta per quello che ha rappresentato nella moda e vorrei che potesse tornare ad essere identificata, proprio per la presenza delle eccellenti figure artigiane che la popolano, come città della moda. Ma perché questo possa avvenire sono convinta che sia necessario scardinare i limiti che ci siamo autoimposti noi torinesi stessi. Limiti di conformità, adeguamento, omologazione… .
È il carattere che deve determinare la moda e non la moda ad imporre il carattere.